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Ma si dice arancino o arancina?

Ma si dice arancino o arancina?

E’ risaputo che tra Catania e Palermo non scorre buon sangue, non si conosce l’origine della disputa, di certo il calcio ha accentuato la rivalità delle due più importanti città della Sicilia. C’è un’altra questione che li divide, il nome di uno dei prodotti più famosi della Regione: l’arancina per i palermitani e l’arancino per i catanesi, una vocale che fa la differenza.

Prodotto a base di riso farcito panato e fritto, pare che la sua origine si dovuta alla dominazione araba, i quali usavano mangiare il riso tenendolo con la mano sinistra nel quale mettevano un po’ di carne per poi mangiarlo tutto in un boccone. La presenza dello zafferano colloca la sua origine nell’alto medioevo, la panatura invece viene attribuita al periodo in cui regnava Federico II di Svevia, grazie alla quale migliorava la trasportabilità e la conservazione di questo prodotto, perfetto per le battute di caccia o per chi lavorava nelle campagne.

Per la sua forma rotonda che ricorda l’arancia i palermitani l’hanno chiamata con il vezzeggiativo arancina, mentre a Catania dove il dialetto è più stretto, viene chiamato “arancinu” e quindi arancinoQui assume un aspetto a piramide simile all’Etna e il ragù fumante al suo interno rappresenta la lava del vulcano. Tra l’altro i catanesi sostengono che quest’ultima forma, tenuta capovolta come fosse un cono gelato, sia più facile da mangiare.

Il condimento è più o meno uguale per tutti, ragù di carne con piselli al burro, con mozzarella, prosciutto e besciamella, con melanzane, grazie alla fantasia dei cuochi ormai si trovano i gusti più disparati. Immancabile sulle tavole dei siciliani il 13 dicembre giorno di Santa Lucia, alla quale gli isolani sono molto devoti. Tale devozione nasce dalla storia che narra il miracolo che avvenne domenica 13 maggio 1646 quando una colomba fu vista volteggiare dentro la Cattedrale di Palermo durante la Messa. Nel momento in cui la colomba si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di cereali. La popolazione tutta vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che a lei erano state rivolte. Dopo il miracolo, che salvò Palermo dalla carestia, i palermitani decisero di bollire il grano e di condirlo con dell’olio di oliva. Fu così che nacque la cuccìa, il cui nome deriva da “coccio” cioè chicco. La Santa è protettrice degli occhi, e viene ringraziata per il miracolo avvenuto il 13 dicembre, giorno del suo martirio avvenuto nell’anno 304 d.C..

Ritornando al nostro “succulento” prodotto siciliano, la disputa su quale sia il nome corretto rimane aperta. Il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali l’ha catalogato con il nome di “arancini di riso” mentre Wikipedia, la famosa enciclopedia online, ne parla al maschile, come fa il noto scrittore Anche Camilleri, andando contro al suo dialetto di origine, che nei suoi libri ne parla al maschile.

Una cosa è certa: non è importante quale nome si usi per indicarlo, l’importante è che sia buono!

 Rosanna Campanella

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